Card. Zuppi: essere presenza di prossimità, amore e pace

Scritto il 23/03/2026
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Con la sua Introduzione, il presidente della CEI ha aperto i lavori del Consiglio Permanente (Roma, 23-25 marzo 2026). "Bisogna suscitare e supportare uomini e donne di sintesi, come diceva il grande sociologo padre Lebret, «tessitori di fraternità», capaci di dare carne alle nostre istituzioni, creatori di legami. Si tratta di coinvolgere tutti nella creazione di un tessuto ecclesiale comunitario", ha affermato.CEP 21-01-2500006

Pubblichiamo l’Introduzione del Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, ai lavori del Consiglio Episcopale Permanente (Roma, 23-25 marzo 2026).

Cari Confratelli,
accogliamo nel Consiglio Permanente il Cardinale Roberto Repole, Arcivescovo di Torino e Vescovo di Susa, subentrato a Mons. Franco Lovignana, Vescovo di Aosta, alla guida della Conferenza Episcopale del Piemonte. Al Card. Repole il nostro caloroso benvenuto; a Mons. Lovignana la gratitudine per il cammino condiviso in questi anni.

Le ferite che ci interrogano
All’inizio di questa sessione desidero rinnovare la nostra vicinanza alle Chiese del Medio Oriente, segnate ancora una volta dalla violenza dei conflitti, dall’insicurezza, dalla paura, dalla sofferenza di popolazioni intere. «Non possiamo rimanere in silenzio di fronte alla sofferenza di così tante persone, vittime inermi di questi conflitti. Ciò che li ferisce, ferisce l’intera umanità. La morte e il dolore provocati da queste guerre sono uno scandalo per tutta la famiglia umana e un grido al cospetto di Dio!», ha detto ieri papa Leone all’Angelus. Nei giorni scorsi avevamo inviato ai Patriarchi di quella regione una lettera per ribadire la fraternità e la solidarietà delle Chiese in Italia. Le risposte ricevute ci hanno profondamente toccato. Tra le altre, il Cardinale Pierbattista Pizzaballa ha ringraziato per «la vicinanza che la Chiesa in Italia continua a esprimere verso le comunità cristiane del Medio Oriente, culla della fede», aggiungendo parole che evocano con forza il dramma di questo tempo: «Non mancano le minacce di Erode e non mancano neppure le grida degli innocenti». E ancora: «La guerra non può risolvere le contese, né tantomeno aprire orizzonti di speranza»; «Dio è con chi sta morendo e la manipolazione del nome di Dio è il peccato più grande che possiamo commettere».

Le ferite di quelle terre attraversano il corpo della Chiesa e interrogano la coscienza di tutti. Avremo modo di confermare la nostra solidarietà partecipando alla Colletta per la Terra Santa che tradizionalmente si raccoglie il Venerdì Santo (3 aprile). Auspichiamo che la voce di papa Leone sia ascoltata dai responsabili delle nazioni, si decida il cessate il fuoco perché la guerra non sia una spirale che faccia precipitare tutti in una voragine.

In questo quadro ricordiamo il martirio di padre Pierre Al-Rahi, che ha scelto di rimanere accanto alla sua comunità fino alla fine, testimoniando con la sua vita e con il suo sangue la fedeltà al Vangelo e alla missione pastorale affidatagli. Il suo sacrificio rimane per la nostra Chiesa un luminoso seme di speranza, di riconciliazione e di pace. La sua memoria ci riporta al cuore del Vangelo: una Chiesa che non arretra davanti al dolore, che rimane accanto al suo popolo, che condivide la sorte della gente e continua, proprio per questo, a essere presenza di prossimità, di amore e di pace. Avviene così per tanti cristiani vittime di violenza e testimoni di Vangelo. Sono “Gente di primavera”, come ricorderemo domani 24 marzo, XXXIV Giornata dei missionari martiri, nella memoria di Mons. Oscar Romero.

Le parole di papa Leone XIV al termine della sua omelia il Mercoledì delle Ceneri sono state forti e toccanti: «A Lui riorientiamo, con sobrietà e con gioia, tutto il nostro essere, tutto il nostro cuore» (Omelia, 18 febbraio 2026). Il senso della Quaresima è questo: riorientare la nostra vita e il nostro cuore, spesso dispersi tra tante cose, al Signore e farlo con nuova sobrietà e con gioia. Questo ci porta a considerare la nostra realtà con un altro sguardo, con un “cuore che vede”, diversamente da quando siamo presi dai vari problemi quotidiani. Con espressioni molto intense, il Papa si è soffermato su quanto pronunciato da Paolo VI il Mercoledì delle ceneri del 1966 circa «l’apologia della cenere» e ha aggiunto:  «Noi oggi possiamo riconoscere la profezia che queste parole contenevano, e sentire nelle ceneri che ci sono imposte il peso di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra: le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli, le ceneri di interi ecosistemi e della concordia fra le persone, le ceneri del pensiero critico e di antiche sapienze locali, le ceneri di quel senso del sacro che abita in ogni creatura» (Omelia, 18 febbraio 2026).

Le “ceneri” del mondo e tutto il messaggio di questa Quaresima ci chiamano alla conversione personale, a orientarci all’essenziale, all’ascolto della Parola di Dio, a interrogarci sui segni dei tempi. La voce del Santo Padre sulla pace è tra le poche che richiamano a una visione umana e ragionevole dei rapporti tra i popoli. È una voce cristiana che dà voce all’anelito di pace e di libertà di tanti che non hanno voce, che non hanno possibilità o libertà per esprimere la loro grande sofferenza e le loro aspirazioni alla fine della violenza. E sempre desideriamo unirci coralmente alla voce del Papa, come abbiamo fatto nella recente Giornata di preghiera dedicata alla pace, in tutte le Chiese d’Italia.

Costruire comunità orientate alla missione
Bisogna andare incontro alle persone in ricerca, spaesate, inquiete su di sé e sul futuro. Questo richiede un atteggiamento umano e pastorale, carico di disponibilità e attenzione. Quanti si sono recati ad Assisi, numerosi e raccolti (oltre 370.000 pellegrini da tutte le parti del mondo), a vedere le spoglie di San Francesco, non cercavano nella memoria del Santo una testimonianza del Vangelo sine glossa? Questa ricerca si incontra ancora troppo poco con i binari della vita ordinaria della Chiesa, che appaiono non sempre attrattivi, forti, luminosi. Papa Leone ha riproposto all’Assemblea dei Cardinali, a gennaio, di ripartire da una riflessione sull’Evangelii gaudium, che resta il testo base per la missione della Chiesa in questi primi decenni del XXI secolo, nella città globale, dove le dimensioni stesse della Chiesa – come la parrocchia – acquistano una forma diversa dal passato. Quel testo è ben di più di un programma; è l’orizzonte pastorale in cui collocare le nostre Chiese, anzi in cui continuare con coraggio e fedeltà evangelica ad operare una conversione pastorale, che non è questione di un giorno, ma di anni.

È chiaro che, di fronte a tante domande di senso, è necessaria un’estroversione missionaria e una capacità di dialogo: una Chiesa che si orienta tutta nella missione. Ma questa attitudine fondamentale non è disgiunta dalla necessità di costruire comunità vere nelle nostre parrocchie e nel nostro mondo. È un tema su cui ho più volte insistito, del resto evidente ai vostri occhi e alla vostra azione pastorale. È il tema, ad esempio, di dovere accogliere quanti, adulti, accedono o riscoprono il Battesimo e di avviare il dialogo con i tanti che non incontriamo. Del resto, nella nostra società, di fronte alle difficoltà della famiglia, alle grandi solitudini, che – in modo diverso – toccano giovani e anziani, c’è fame di comunità. Solo comunità, delle più diverse dimensioni e caratteristiche, possono essere punto d’approdo per i cercatori di senso, compagne dei catecumeni, punto di riferimento nella società, anima delle celebrazioni liturgiche, cuore di un servizio ai poveri non istituzionale e assistenziale. Solo le comunità possono realizzare l’estroversione missionaria e incarnare un atteggiamento dialogico con quanti sono in ricerca.

Comunità autentiche sono alla base di una responsabilità sinodale, che non sia uno slogan, un laboratorio astratto o un fatto istituzionale. Dopo il Covid, in parecchie parrocchie del nostro Paese, si è vista una faticosa ripresa di presenza di quelli che erano fedeli un po’ anonimi. Eppure, anch’essi, sebbene meno presenti oggi, fanno parte del nostro popolo assieme a quelli che cercano. Questo chiama i sacerdoti, i laici, le religiose e i religiosi, tutti a una creatività, che si spenda nella fraternità tra i cristiani in senso comunitario, e a una santità incarnata: la santità infatti non è perfezione, ma riflesso dell’amore di Dio nella povertà della nostra vita. In questo senso bisogna suscitare e supportare uomini e donne di sintesi, come diceva il grande sociologo padre Lebret, «tessitori di fraternità», capaci di dare carne alle nostre istituzioni, creatori di legami. Si tratta di coinvolgere tutti nella creazione di un tessuto ecclesiale comunitario. Non dobbiamo mai dimenticare la dimensione dell’unità nella comunione tra noi, con il Vescovo di Roma, nostro Primate, con tutta la Chiesa.

La via della riconciliazione
Come ha insistito più volte papa Leone, viviamo in tempi di polarizzazione. Lo vediamo nella vita politica, nel dibattito generale, sui social e ovunque. Questo lacera la società. Nella Chiesa è compito di tutti vivere intimamente ed esprimere l’unità, che non è un’uniformità di facciata, ma si radica nell’Eucarestia e nel testamento stesso del Signore Gesù. Quell’unità che è una nota fondamentale dell’essere Chiesa. Dice la Lumen gentium, citando sant’Agostino: «In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere e disperse, è presente Cristo, per virtù del quale si costituisce la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica» (n. 26).

Ci rendiamo conto che il clima polarizzato e protagonistico della società può spingere a sottovalutare il valore dell’unità, che impregna tutta la sua vita e che costituisce un saldo approdo per i credenti, per gli uomini e le donne di buona volontà. Questo deve portare – come insegnava papa Giovanni – a mettere da parte ciò che divide e cercare quello che unisce, non giustificare mai la divisione e la malevolenza, cercare sempre la via della riconciliazione, iniziando da sé e amando sempre nostra Madre Chiesa. La Chiesa, nella società, si presenta sola e libera, amica, pronta a collaborare al bene comune. Ma non fa blocco con nessuna forza politica o sociale. Si compiono cinquant’anni dal primo Convegno ecclesiale nazionale, da cui ha preso avvio la storia degli appuntamenti decennali (Roma, Loreto, Palermo, Verona, Firenze). Proprio a Roma, nel 1976, sul tema “Evangelizzazione e promozione umana”, si confrontarono 2500 partecipanti: la preparazione di quell’evento vide protagonista l’indimenticato Venerabile Mons. Enrico Bartoletti, Segretario Generale della CEI e figura luminosa del clero italiano, che ricordiamo nel 50° della morte. Paolo VI nell’omelia della celebrazione che apriva quel convegno, disse: «Ed è questo […] un segno maiuscolo del tempo nostro. Il risveglio della vocazione apostolica, missionaria e operativa in seno alla Chiesa, in certe situazioni, quasi repressa, ovvero assopita nel suo sforzo evangelizzatore, secolare e costante, l’ansia cioè dell’apostolato non solo ministeriale e gerarchico, ma altresì comune, e pur sacro e benedetto di tutto il Popolo di Dio, caratterizza questo nostro secolo inebriato per le sue conquiste, ma folle e stanco e miope nel suo rischioso cammino» (Omelia, 31 ottobre 1976).

Il binomio evangelizzazione e promozione umana dice ancora tanto della specifica vocazione della Chiesa a comunicare il Vangelo, ma anche di far crescere la società italiana che stava affrontando allora tempi non facili, segnati com’erano dal terrorismo. No, non ci rinchiuderemo in un’irrilevanza pigra, per conservare noi stessi, per farci proteggere dal freddo della storia! La Chiesa è ben di più che un museo di un’antica storia di fede e di cultura, ben di più di un’agenzia di valori, ben di più di un’organizzazione di servizio sociale o educativo! Lo diciamo con molta umiltà, ma con la consapevolezza della densità teologica, religiosa, umana, sociale che comporta il nostro essere Chiesa. Questo non è senso di superiorità o isolamento, tantomeno mancare alle nostre responsabilità.

La Chiesa in Italia, presenza viva nella vita del Paese
La Chiesa, le nostre comunità condividono le attese, le fatiche, le contraddizioni, le ferite (cf. Gaudium et spes, n.1). Siamo dentro la storia concreta delle persone, delle famiglie, delle comunità. E proprio qui la Chiesa continua a mostrare, in tanti modi spesso silenziosi, di essere una presenza viva. Lo è nelle parrocchie, nonostante le innumerevoli fatiche, ancora però decisive come luoghi di prossimità quotidiana. Lo è nelle comunità religiose, nelle associazioni, nei movimenti, nei gruppi ecclesiali, nelle opere educative e caritative. Per questa ragione siamo grati ai tanti sacerdoti, consacrati e laici che accompagnano con dedizione le persone, spesso senza visibilità, senza clamore, senza riconoscimenti. La vita ordinaria delle nostre Chiese continua a custodire una trama di bene che tiene insieme il Paese molto più di quanto spesso si riconosca. Penso alla prossimità verso gli anziani soli, alla cura delle famiglie ferite, all’accompagnamento dei giovani (moltissimi dei quali emigrano, basta pensare che solo nel 2025 gli italiani che hanno lasciato l’Italia sono stati 142.000), al sostegno a chi perde il lavoro o non riesce a trovarlo, all’attenzione verso chi si trova ad affrontare l’annoso problema abitativo, verso chi è povero, verso chi vive condizioni di marginalità, verso chi affronta prove interiori che non sempre hanno nome, verso chi emigra a causa delle guerre, delle violenze e delle catastrofi ambientali. Al riguardo mi sia permesso rinnovare la nostra sofferenza per le tragedie che non smettono di consumarsi nel Mediterraneo a cui non ci possiamo mai abituare e a cui occorre continuare a dare risposte adeguate. La Chiesa non farà venir meno l’attenzione su temi su cui si gioca il futuro della nostra civiltà.

La presenza ecclesiale non nasce dalla ricerca di spazio, ma da una responsabilità evangelica. Non è un’occupazione del sociale, ma una forma dell’annuncio. Non è l’aggiunta pratica a una fede privata, ma il modo con cui la carità rende visibile il Vangelo. La Chiesa, infatti, non vive per sé stessa. Non si comprende a partire dalle sue strutture, pur necessarie, né dal solo profilo istituzionale. Papa Leone XIV, riprendendo la Lumen gentium, ha sottolineato che la Chiesa è «un organismo ben compaginato, nel quale convivono la dimensione umana e quella divina, senza separazione e senza confusione» (Udienza generale, 4 marzo 2026), ricordando anche che la Chiesa cammina «insieme a tutta l’umanità» verso il Regno di Dio (Udienza generale, 11 marzo 2026). Chi pensa di capire la Chiesa con misere letture politiche o le attribuisce intenzioni di parte non la conosce così come ignora la sua libertà di indicare e vivere l’unica parte che cerca: la difesa della persona. La Chiesa è popolo di Dio, non una somma di individualità; è comunione, non autosufficienza; è pellegrina nella storia, non padrona della storia; è segno, non fine a sé stessa; è strumento, non protagonista autoreferenziale. Nel confronto emerge la bellezza e la ricchezza del percorso sinodale che abbiamo vissuto in questi anni e che ci vedrà uniti, in questi giorni, nell’esame delle Linee di orientamento che porteremo poi all’Assemblea Generale di maggio. Il testo, che non sostituisce il Documento di sintesi del Cammino sinodale e non si sovrappone al discernimento delle Chiese locali, indica alcune priorità che dovranno illuminare la vita ecclesiale negli anni a venire. Su tutte rimane l’annuncio del Vangelo nel mondo di oggi, proprio come ci ha sollecitati papa Leone XIV incontrandoci lo scorso 17 giugno: «È necessario uno slancio rinnovato nell’annuncio e nella trasmissione della fede. Si tratta di porre Gesù Cristo al centro e, sulla strada indicata da Evangelii gaudium, aiutare le persone a vivere una relazione personale con Lui, per scoprire la gioia del Vangelo. In un tempo di grande frammentarietà è necessario tornare alle fondamenta della nostra fede, al kerygma. Questo è il primo grande impegno che motiva tutti gli altri» (Discorso, 17 giugno 2025).

La presenza ecclesiale nel tempo e nella storia è l’opposto della contrapposizione sterile, della polemica permanente, dell’irrigidimento che difende ma non genera, che delimita ma non incontra. Il dialogo non annacqua la verità. Al contrario, la rende ospitale, la rende credibile, la rende prossima. Una Chiesa che parla senza ascoltare finisce per non dire nulla. Una Chiesa che ascolta senza avere più nulla da dire tradisce il Vangelo. Una Chiesa che entra nel dialogo evangelicamente sa invece incontrare ogni persona senza perdere nulla della propria identità.

Ed è forse proprio questo uno dei compiti più urgenti oggi: custodire e promuovere uno stile capace di incontro, di ascolto, di amicizia sociale, di pazienza, di umiltà, di libertà interiore. Ci sentiamo confortati e incoraggiati, anche in questo, da papa Leone che nel Messaggio in occasione del 10° anniversario dell’Esortazione Apostolica post-sinodale Amoris laetitia, ha chiesto di «proseguire il cammino, accogliendo sempre nuovamente il Vangelo, nella gioia di poterlo annunciare a tutti», convocando nell’ottobre 2026 i Presidenti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo, «al fine di procedere, nell’ascolto reciproco, a un discernimento sinodale sui passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie oggi, alla luce di Amoris laetitia e tenendo conto di quanto si sta realizzando nelle Chiese locali».

La dimensione sociale della fede e il compito del discernimento
In ogni epoca la Chiesa è chiamata a ridire la dimensione sociale della fede cristiana. Il Concilio Vaticano II ha espresso molto bene il concetto: «È dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico» (Gaudium et spes, n. 4).

Questa consapevolezza non va mai data per scontata. Ci sono sempre infatti alcuni rischi. Tra questi, quello del disimpegno; quello di sostituirsi impropriamente alla responsabilità dei laici, intervenendo direttamente là dove invece è decisiva la libertà della coscienza cristiana nella costruzione del bene comune. Non spetta direttamente alla Chiesa fare politica. Ma proprio per questo spetta alla Chiesa, con ancora maggiore passione, formare coscienze laicali libere, mature, coraggiose, capaci di discernimento e di responsabilità. C’è poi il rischio di una politica o di organizzazioni sociali che pretendano di arruolare la Chiesa, di piegarne la libertà, di cercarne l’avallo, di utilizzarne la voce per i propri schieramenti. Quando questo accade, si fa male alla politica e si fa male alla Chiesa. La comunità cristiana, invece, resta fedele a una distinzione alta e necessaria: riconosce l’autorità politica come servizio al bene comune, ma conserva la libertà di parola e di giudizio quando sono in gioco i principi etici che promuovono la dignità della persona, quando si calpestano i poveri, quando la forza prende il posto del diritto. Come ci ha ricordato papa Francesco alla Settimana Sociale di Trieste: «Come cattolici […], non possiamo accontentarci di una fede marginale, o privata. Ciò significa non tanto di essere ascoltati, ma soprattutto avere il coraggio di fare proposte di giustizia e di pace nel dibattito pubblico. Abbiamo qualcosa da dire, ma non per difendere privilegi» (Discorso, 7 luglio 2024).

I discepoli di Gesù Cristo sono continuamente chiamati a comprendere cosa significa costruire il bene comune e mettersi al servizio del disegno di Dio sull’umanità. Per questo, è importante non far mancare il nostro impegno di cristiani che credono nella vita umana, nella famiglia, nell’educazione, nel volontariato, nella pace, nel lavoro degno, in un’economia per l’uomo, nella cura del creato, nell’inclusione dei poveri… Le trasformazioni in corso dal punto di vista sociale e politico, le guerre e le disuguaglianze, i benefici e i pericoli che provengono dall’intelligenza artificiale e da chi detiene il controllo degli algoritmi possono accrescere contrapposizioni piuttosto che generare unità. I padri conciliari, sempre nella Gaudium et spes, non dimenticavano le enormi potenzialità e, insieme, i rischi di nuove schiavitù: «Mai il genere umano ebbe a disposizione tante ricchezze, possibilità e potenza economica; e tuttavia una grande parte degli abitanti del globo è ancora tormentata dalla fame e dalla miseria, e intere moltitudini non sanno né leggere né scrivere. Mai come oggi gli uomini hanno avuto un senso così acuto della libertà, e intanto sorgono nuove forme di schiavitù sociale e psichica» (n.4).
Questo modo di essere Chiesa non ci può vedere chiusi in sacrestia. I discepoli di Cristo percorrono le strade infangate o polverose, abitano in mezzo alla gente per essere segno di speranza. I sogni e le sofferenze delle persone, soprattutto degli ultimi, non ci troveranno mai indifferenti.

Attenzione, partecipazione e dialogo
Mentre stanno arrivando i risultati del referendum costituzionale confermativo sulla riforma della giustizia – e su questo avremo modo di elaborare una riflessione più attenta – vorrei rilevare tre aspetti. Innanzitutto, l’attenzione rivolta a questo appuntamento nonostante le pericolose polarizzazioni che non hanno aiutato a comprendere la materia di fondo e quella opinabile. In secondo luogo, la partecipazione: questa sta al cuore della nostra Costituzione e, pur tra le differenze, permette a tutti e a ciascuno di esprimersi al meglio. Il dibattito che ha preceduto il referendum e i dati di affluenza confermano l’importanza di ragionare sull’esercizio concreto della giurisdizione nel nostro Paese, snodo importante per la custodia del bene comune e il perseguimento della giustizia, che soffre per molte difficoltà. Tenendo sempre conto dell’equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che tutti devono preservare, ci auguriamo – ed è il terzo punto – che sia scelta la via di un dialogo responsabile e costruttivo tra le forze sociali e culturali e le diverse parti politiche, nella ricerca dell’indispensabile consenso possibile attorno a soluzioni di bene.

Una consegna per il nostro cammino
Cari Confratelli, il tempo che viviamo domanda una Chiesa capace di comunione e di missione, di dialogo e di testimonianza, di lucidità e di compassione. Ricordiamo le parole di papa Leone a conclusione dell’81ª Assemblea Generale (Assisi, 17-20 novembre 2025): «La Chiesa in Italia può e deve continuare a promuovere un umanesimo integrale, che aiuta e sostiene i percorsi esistenziali dei singoli e della società; un senso dell’umano che esalta il valore della vita e la cura di ogni creatura, che interviene profeticamente nel dibattito pubblico per diffondere una cultura della legalità e della solidarietà» (Discorso, 20 novembre 2025).  Per questo, abbiamo bisogno di una Chiesa che non si chiuda, che non si rassegni, ma che resti umanamente e spiritualmente vicina. Una Chiesa che sappia parlare perché sa ascoltare. Una Chiesa che sappia indicare la speranza perché non si sottrae alla fatica del presente. Una Chiesa che continui a essere casa, fraternità, compagnia, consolazione, responsabilità.
Affidiamo al Signore i lavori di questo Consiglio Episcopale Permanente, mentre ringraziamo i Presidenti delle Commissioni Episcopali giunti a scadenza con l’Assemblea Generale di maggio. Personalmente ho sempre incontrato tanta passione, collegialità e collaborazione.
Chiediamo allo Spirito Santo la sapienza del discernimento, la libertà del cuore, la pazienza del dialogo, il coraggio della carità. E, alla vigilia della Pasqua, domandiamo che le nostre Chiese, in Italia e nel mondo, sappiano essere sempre più, nella concretezza della storia, luce di Risurrezione e di vita rinnovata e annuncio di speranza.