Papa Leone XIV sabato 4 luglio si recherà in visita pastorale a Lampedusa. Lì incontrerà alcuni piccoli migranti diventati simbolo delle traversate e dell’accoglienza italiana e intitolerà ufficialmente il Molo Favaloro a Papa Francesco che l’8 luglio di 13 anni fa raggiunse l’isola siciliana, nel primo viaggio del suo pontificato, e denunciò con forza la “globalizzazione dell’indifferenza” e “l’anestesia del cuore”. Un appello contro l’insensibilità alle grida degli altri che Papa Leone XIV ha ripreso più volte. “Nessuno può voltarsi dall’altra parte di fronte a chi cerca protezione e sicurezza”, ha detto lo scorso 20 giugno in occasione della 75ª Giornata Mondiale del Rifugiato.
Il fenomeno migratorio è entrato in una fase diversa, sicuramente più complessa, eppure non meno capace di interpellare la Chiesa. Secondo gli ultimi dati dell’UNHCR, oltre 117 milioni di persone vivono una condizione di fuga forzata, mentre i rifugiati sono più di 41 milioni e quasi il 40% sono proprio bambini e bambine. Lo scenario migratorio attuale propone nuove sfide che necessitano di risposte urgenti ed efficaci. Molti Stati stanno restringendo le possibilità di accesso a percorsi legali e sicuri per ottenere protezione internazionale. Allo stesso tempo, aumentano i controlli alle frontiere, si rendono più rigide le procedure di asilo e cresce il numero di rimpatri forzati verso Paesi segnati da conflitti e povertà. “In tale contesto – sottolinea Amaya Valcarcel, International Advocacy Officer del Jesuit Refugee Service – chi fugge da persecuzioni e violenze si trova privo di reali alternative. Diventa quindi fondamentale ampliare i canali di ingresso legali e sicuri, rafforzare i sistemi di tutela, adottare politiche migratorie integrate e rispettose della dignità umana e, soprattutto, garantire un accesso effettivo a forme adeguate di assistenza e protezione legale”. Il JRS, grazie anche al sostegno dei fondi 8xmille della Chiesa cattolica, continua ad essere presente anche in zone dove il conflitto moltiplica le sofferenze, come avviene in Libano. Qui solo una parte degli sfollati ha trovato accoglienza nei centri del governo. La grande maggioranza, invece, è rimasta senza un riparo stabile. A Beirut la rete ecclesiale offre una delle poche risposte concrete all’emergenza: la chiesa gesuita di San Giuseppe accoglie circa 150 sfollati, quasi il doppio della capienza prevista, grazie all’impegno del JRS e dell’Arrupe Migrants Center. Trasformata la cripta in dormitorio e potenziati i servizi, la struttura ospita migranti e rifugiati da diversi Paesi, spesso vittime di abusi. Oltre al riparo, vengono garantiti assistenza legale, supporto psicologico e attività educative.
“La Chiesa è il luogo in cui molti si rifugiano quando tutto crolla”, afferma Michael Petro, responsabile del Centro migranti della parrocchia dei Gesuiti di Beirut. Una missione impegnativa, segnata dalla fatica di ascoltare tante sofferenze, aggravate anche dai tagli agli aiuti umanitari. “Eppure – aggiunge – in mezzo alla crisi, non mancano segni di speranza. Volontari della parrocchia, studenti universitari e persone di diverse religioni e nazionalità si prodigano senza sosta. Un segno che, anche nel buio più totale, il Libano può continuare a parlare al mondo di fraternità e pace”.
Così come il Sudan. “Quando vedi una foresta da lontano, ti sembra impenetrabile. Solo quando ti avvicini scopri che c’è un passaggio”. Con questa immagine Tairab descrive la riapertura della scuola dei comboniani a Omdurman, città gemella di Khartoum sulla sponda ovest del Nilo. Tutti gli dicevano: “lascia stare, è troppo presto per tornare a Khartoum…”, eppure lui è partito. Lasciando al Cairo moglie e figli, è tornato nella “sua” parrocchia di Masalma. E ha aperto la strada al rientro dei missionari comboniani. Ha radunato una decina di maestre – cristiane e musulmane – e ha accolto 120 bambini e bambine. Dove una volta c’erano 2.000 studenti adesso c’è uno sparuto “resto di Giacobbe”. Ma la speranza è come il granello di senape: parte piccolo, ma sogna in grande. “Non cerchiamo uno stipendio per noi – dicono con fierezza le maestre – ci basta lavorare e sapere che i nostri bambini vanno a scuola”. Sette milioni di bambini in Sudan, l’80% del totale, non vanno più a scuola da quando la guerra è scoppiata, nell’aprile del 2023. Per molti altri il ritorno a Khartoum, o ad una vita normale, sarà ancora lungo. Ma questi bambini intanto aprono la strada alla speranza.
Non si tratta di discutere su numeri o su percentuali, perché “anche uno solo” è un valore sommo. Così si legge nella nota della Sala stampa della Santa Sede che ha annunciato il tema del Messaggio per la 112ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del prossimo 29 settembre “Anche uno solo di questi bambini”. Una scelta con cui Papa Leone XIV conferma la sollecitudine verso i minori coinvolti direttamente nell’esperienza migratoria, richiamando il dovere di accogliere ciascuno di loro come ci insegna il Vangelo.
