Consiglio di sorveglianza fiume, a Wolfsburg, per definire il futuro del gruppo Volkswagen alle prese con il piano di ristrutturazione più doloroso della sua storia. Solo oggi si conoscerà nei particolari quanto discusso fino a tarda ora con il Giornale già in stampa. Le ultimissime, riportate da Bild, venuta in possesso di documenti riservati, parlano di una riorganizzazione che costerebbe, a livello globale,120mila posti di lavoro, 20mila in più rispetto a quelli messi in conto. Tagli anche alla produzione con 4 fabbriche tedesche a fine corsa: Emden e Zwickau (2031), Hannover (2032) e Neckarsulm (2034). Tutti impianti malati di sovraccapacità, problema che interessa l'intero settore automotive europeo. Recente, in proposito, l'allarme lanciato da Bloomberg Intelligence secondo cui un sito su tre, fra i principali costruttori europei, lavora al 50% della capacità o meno con la conseguenza che sotto tale soglia la redditività diventa improbabile.
Nel dettaglio, il piano presentato dal ceo Oliver Blume (nella foto), secondo i documenti consultati dal tabloid, punta a ridurre ulteriormente l'organico di 55mila-70mila dipendenti, che si aggiungerebbero ai 50mila esuberi già previsti dagli accordi sindacali. La riduzione dovrebbe avvenire principalmente attraverso prepensionamenti, uscite volontarie, scorpori e società di ricollocazione, anche se i documenti prevederebbero una revisione delle attuali garanzie occupazionali e l'avvio di un confronto con il sindacato.
Quello, Dieselgate a parte, che è sempre stato considerato un gruppo modello, uber alles come direbbero in Germania, viene ora dato dalle stesse voci interne «a minaccia di sopravvivenza» per la «situazione critica». Nel 2025, in proposito, Volkswagen ha consegnato circa 9 milioni di veicoli, quasi il 20% in meno rispetto al 2019, con un crollo marcato in Cina.
Cosa fare, dunque, tagli e chiusure a parte? Sempre indiscrezioni, vedono la Bassa Sassonia, azionista di riferimento, disposta ad accettare una riconversione ad attività nel settore della Difesa degli impianti purché venga preservato il maggior numero possibile di posti. Il Land ha però smentito l'ipotesi.
Si parla anche di scorporo delle attività automobilistiche e della divisione componenti in società distinte e la trasformazione della holding Volkswagen in una struttura più snella, con l'obiettivo di accelerare i processi decisionali e ridurre i costi. Si starebbe valutando anche il trasloco in Germania dalla Cina della produzione di veicoli elettrici.
Dal 2022, con l'arrivo di Blume, la redditività del gruppo è scesa ai livelli più bassi dal Dieselgate e il valore di Borsa si è più che dimezzato.
Il sindacato Ig Metall ha respinto qualsiasi ipotesi di chiusura di siti, ricordando che i lavoratori hanno già contribuito negli ultimi anni a significativi risparmi sui costi attraverso concessioni salariali.
