Le ricadute sull'economia reale dovute alle incognite generate dal caos globale, drammaticamente in corso, sono la questione cruciale del momento. Non è semplice attivare efficaci forme di contrasto. In ogni caso, non vi è dubbio che rimangano più esposte ai rovesci le piccole imprese, artigiani in primis. Un mondo di quasi quasi 400mila imprese e tre milioni di addetti, baluardo di ricchezza umana, culturale e di grande valore economico. Vera anima del made in Italy, come recita l'ultimo rapporto di Confartigianato. Ecco perché quando quest'anima di genuina imprenditoria rischia di avvertire in misura dirompente gli effetti della crisi si tratta di un vistoso problema per il Sistema Paese. La politica è chiamata a non sottovalutarne la portata, a non ritenere marginali le preoccupazioni degli artigiani, sia chiaro, imprenditori a tutti gli effetti. Conviene ricordarselo bene per non cedere alla tentazione di guardare all'artigiano come a colui che pratica un'attività romantica, destinata all'estinzione. Il pericoloso pensiero da allontare è quello di ritenere inevitabile che, nella ciclicità degli choc o nei momenti di stress non previsti, a farne le spese debbano essere le realtà artigiane (o tutte le pmi) in quanto ritenute deficitarie nei fondamentali e perciò inadeguate a stare sui mercati. La storia del Belpaese dice che tali pensieri hanno attecchito. La distrazione dei decisori pubblici come l'irragionevolezza del sistema creditizio ha dimostrato come quel pensiero nefasto ha trovato facile cittadinanza nella realtà. Ora vediamo di non replicare quelle viziose stagioni. Proprio perché il mondo artigiano è la vera anima del made in Italy. Perciò, chi adesso ha responsabilità di intervento, si impegni per attivare un choc positivo.
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