La guerra in Iran ha colpito anche uno dei simboli della sicurezza finanziaria globale: l'oro, che dallo scoppio del conflitto ha perso il 14,6% scendendo fino a 4.490 dollari l'oncia venerdì scorso. Un movimento che ha spiazzato molti investitori, abituati a vedere il metallo giallo come il rifugio naturale nei momenti di crisi. In realtà, dietro il calo non c'è solo la geopolitica, ma soprattutto la nuova fase della politica monetaria americana e il ritorno del dollaro come vero porto sicuro.
Il primo fattore è infatti la Federal Reserve (in foto il presidente Jerome Powell), che ha mantenuto i tassi nel range 3,50-3,75%, rinviando i tagli e lasciando intendere che l'inflazione resta una minaccia concreta in presenza di uno shock energetico globale. Per un asset che non genera rendimento, tassi elevati significano minori opportunità di plusvalenze: le obbligazioni americane tornano a offrire rendimenti reali positivi, i Treasury attirano capitali e il dollaro si rafforza, mentre l'oro perde appeal nel breve periodo.
Il secondo elemento è ancora più significativo. Il primo vero flight-to-safety del 2026 non sta premiando l'oro ma il dollaro, tornato al centro del sistema finanziario globale. Gli investitori del Golfo e del Medio Oriente, che nei mesi scorsi avevano accumulato oro, stanno liquidando posizioni per ottenere liquidità in valuta americana, creando una pressione ribassista inattesa proprio sul metallo prezioso. La guerra, quindi, rafforza il biglietto verde, che diventa la vera ancora di stabilità in una fase di forte incertezza.
Eppure i grandi investitori non stanno abbandonando l'oro. Secondo Invesco, la crescente frammentazione geopolitica e il rischio di sanzioni stanno spingendo le banche centrali a ripensare la gestione delle riserve, tanto che «non si chiedono più se detenere oro, ma come valutarlo e conservarlo». In un mondo dove il congelamento degli asset è diventato una variabile concreta, l'oro fisico torna a essere una provata garanzia di sovranità finanziaria.
Anche Ubs mantiene una visione costruttiva. Il Chief Investment Officer Mark Haefele sottolinea che la performance dell'oro durante i conflitti è spesso altalenante, ma il metallo resta un efficace diversificatore e potrebbe salire verso quota 5.900-6.200 dollari l'oncia nel corso dell'anno, perché protegge dagli effetti economici delle guerre più che dalle guerre stesse. In altre parole, l'oro non reagisce al rumore delle armi ma alle conseguenze macroeconomiche.
Nel breve periodo, però, la volatilità resta elevata. BlackRock segnala che a febbraio i flussi verso le commodity sono scesi ai livelli più bassi da luglio, con un forte rallentamento degli acquisti sull'oro e deflussi in Europa. Anche per J. Safra Sarasin si tratta di una fase di assestamento che sta generando solo turbolenze temporanee con i metalli preziosi che restano inseriti in un trend rialzista strutturale.
