Proseguire con la guerra, ma tenersi pronti al negoziato. Mentre il conflitto è entrato ormai nella quarta settimana, sia l'Iran che gli Stati Uniti si preparano a una possibile fase successiva, il tentativo di negoziato. La Repubblica islamica ha fatto trapelare domenica le sue sei condizioni per mettere fine alla guerra, sei punti affidati all'agenzia di stampa Tasmin - emanazione dei Pasdaran - che citando un alto funzionario iraniano detta le condizioni per la sopravvivenza del regime e l'uscita di scena degli Stati Uniti dalla regione. Eccole. Uno: garanzie che la guerra non si ripeta. Due: chiusura delle basi militari statunitensi nella regione. Tre: pagamento di un risarcimento all'Iran. Quattro: fine delle ostilità su tutti i fronti regionali. Infine un nuovo assetto giuridico per Hormuz e l'estradizione di persone legate ai media «ostili».
Nell'arco della giornata, dagli Usa trapelano le sei richieste americane per arrivare a un'intesa. Le cita il sito di informazione Usa Axios, spiegando tramite un funzionario statunitense e una fonte ben informata che, sebbene lo scontro possa durare ancora almeno due-tre settimane, anche i consiglieri di Donald Trump vogliono iniziare a gettare le basi per la diplomazia, coinvolgendo come al solito nella nuova squadra i due inviati di punta, Steve Witkoff e il cognato di Trump, Jared Kushner. Negli ultimi giorni non ci sarebbe stato alcun contatto diretto fra Stati Uniti e Iran. A far da tramite fra le parti sarebbero stati Egitto, Qatar e Regno Unito. Ed ecco le sei richieste americane, che non possono prescindere da una pre-condizioni fondamentale, la riapertura dello stretto di Hormuz. Uno: nessun programma missilistico per 5 anni. Due: zero arricchimento dell'uranio. Tre: smantellamento degli impianti nucleari di Natanz, Isfahan e Fordow. Quattro: protocolli rigorosi di osservazione esterna contro la creazione e l'utilizzo di centrifughe e macchinari utili a un programma di armi nucleari. E ancora: trattati con i Paesi della regione che prevedano un limite massimo di 1.000 missili e infine nessun finanziamento ai gruppi affiliati come Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen o Hamas a Gaza.
Venerdì scorso Trump ha sostenuto di star valutando una riduzione graduale delle operazioni militari, ma la mobilitazione della macchina da guerra statunitense prosegue, mentre sono trapelati piani per una possibile operazione di terra sull'isola di Kharg, che gestisce circa il 90% delle esportazioni di greggio dell'Iran ed è fonte primaria delle entrate statali. Rispetto all'alleato israeliano Netanyahu, Trump potrebbe essere ben più interessato a un'intesa, anche per frenare l'irritazione della sua base Maga per un conflitto che molti repubblicani non digeriscono. Se è vero, inoltre, che Trump considera «inaccettabile» un risarcimento all'Iran, un margine di negoziato si potrebbe trovare nella formula eventuale della restituzione dei beni congelati alla Repubblica islamica.
Un'altra delle questioni centrali riguarda le figure con cui trattare. Le intelligence americana e israeliana ritengono che la nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei - una fantasma che non si vede né sente da inizio conflitto, ma lancia messaggi tramite comunicati scritti - sia vivo, ma certamente ferito. Serve capire chi effettivamente stia prendendo le decisioni, con molta probabilità per conto dei Pasdaran, e come contattare queste figure. Operazione non semplicissima visto che la teocrazia, dopo l'eliminazione di decine dei suoi leader, sta evitando di annunciare chi sono i rimpiazzi, in modo da impedire che facciano la stessa fine dei predecessori. Il ministro degli esteri Abbas Araghchi, intermediario prima del via al conflitto, sarebbe ormai considerato da Washigton più un «fascista» che una figura con il potere di concludere un accordo, nonostante abbia sentito ieri l'Alta rappresentante dell'Ue Kaja Kallas e l'omologo dell'Oman sulla crisi. Nelle prossime settimane potremmo così assistere a un'escalation del conflitto oppure alla riapertura di un tavolo negoziale. Chi al momento non ne vuole sapere di trattative è il premier israeliano Netanyahu, che ha invitato l'Europa e i leader internazionali a unirsi alla lotta contro l'Iran, definito «nemico della civiltà e un pericolo per il mondo libero».
