L'ultima missione di Morris Katz ha dell'impossibile: risolvere in tempo utile il pasticciaccio nel quale i Democratici si sono cacciati da soli in Maine, dove nelle elezioni di midterm di novembre è in palio un seggio senatoriale cruciale per la riconquista della Camera Alta del Congresso. Il candidato Dem, Graham Platner, già scampato a una serie di rivelazioni imbarazzanti sul suo passato, è stato costretto ad abbandonare la corsa dopo che a inizio settimana sono emerse nei suoi confronti nuove accuse di abusi sessuali. Dietro la scelta di Platner, ex marine e allevatore di ostriche, volto nuovo del partito ed esponente della nuova ala populista e anti-establishment dei Dem, c'era la mano di Katz. Ora, tocca a lui gestire la «exit strategy» e imporre un candidato capace di strappare il seggio alla veterana repubblicana Susan Collins. Un indizio: nel suo messaggio di addio, Platner si è scagliato non contro i Repubblicani, ma contro i vertici del suo stesso partito.
Ai non addetti ai lavori, il nome di Morris Katz dice poco o nulla, ma è lui uno dei principali artefici della rivoluzione che lentamente sta (forse) cambiando il volto del Partito democratico. Ventisette anni, newyorchese (casa a TriBeCa, il quartiere di Robert De Niro), figlio dell'élite culturale della città (il padre è produttore televisivo, la madre è scrittrice) Katz aspirava a fare lo sceneggiatore e si è invece scoperto stratega politico. Il suo capolavoro, finora, l'elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York. Ma prima ancora, la campagna che aveva portato alla conquista nelle midterm del 2022 del seggio senatoriale in Pennsylvania del candidato anti-sistema John Fetterman, che passeggia nei corridoi del Congresso in bermuda e felpa (e che, a dire il vero, vota spesso insieme ai Repubblicani). E poi, la campagna del 2024 in Nebraska, sempre per il Senato, con la quasi impresa di un altro candidato populista, Dan Osborn, che stava per strappare un seggio saldamente repubblicano.
Un curriculum di tutto rispetto, che ha spinto il New York Times ad accostare il nome di Katz a quello di altri strateghi come David Axelrod (le due campagne presidenziali di Obama) o Karl Rove (le campagne di George W. Bush). Il «metodo Katz» sembra perfetto per quest'epoca di estrema polarizzazione politica: dito puntato contro le élite (a cominciare da quelle del proprio partito), rinnovamento generazionale, giustizia sociale. Poco importa che i portatori del messaggio, come Mamdani e lo stesso Katz, siano molto poco working class ma essi stessi espressione delle élite. Quel che conta, è un'estremizzazione del messaggio politico, con ampio uso dei social media: per prima cosa, bisogna andare a stanare il proprio elettorato, galvanizzarlo e portarlo ai seggi. In sintesi, una riproposizione da sinistra della «rivoluzione Maga» lanciata una decina di anni fa da Donald Trump. E proprio dal tycoon, dopo la vittoria a New York nelle primarie Dem dei candidati «socialisti» appoggiati da Mamdani, è giunto in queste ultime settimane un prezioso (e probabilmente inconsapevole) riconoscimento politico per Katz: la denuncia della «minaccia comunista» che è ormai uno dei chiodi fissi del presidente. Molti osservatori politici sono scettici sulla possibilità che il radicalismo politico di Katz possa attecchire nell'America più tradizionale. Ma certo, a Washington, i maggiorenti del partito democratico - le detestate élite - hanno preso nota.
