A Pavia, nella sede di Casa Mirabello, Agal ha presentato il "Passaporto del guarito", uno strumento clinico e organizzativo per accompagnare bambini e ragazzi guariti da patologie oncoematologiche, garantendo continuità preventiva e un monitoraggio strutturato anche dopo la fine delle cure. L'iniziativa, ufficializzata il 20 marzo a casa Mirabello, sede di Agal e luogo che ospita le famiglie con i bambini in cura, nasce in collaborazione con la Fondazione Irccs Policlinico San Matteo traducendosi in un bando che prevede, tra l'altro, l'assunzione di un medico dedicato.
Il progetto affronta un nodo cruciale della medicina oncologica: la transizione tra fase ospedaliera e vita quotidiana. Circa l'80% dei bambini e degli adolescenti colpiti da tumore guarisce, ma proprio questa conquista apre una nuova sfida, quella del "dopo". Il passaporto del guarito si configura come un documento cartaceo e digitale che raccoglie la storia clinica del paziente, indicando controlli, raccomandazioni e stili di vita adeguati nel medio e lungo periodo. "È uno strumento operativo - spiega il dottor Marco Zecca, direttore di Oncoematologia pediatrica del San Matteo - utile sia per il paziente sia per i medici, perché consente di intervenire in modo consapevole anche a distanza di anni". La personalizzazione è un elemento centrale: ogni percorso di cura è diverso e richiede indicazioni specifiche. Accanto alla dimensione sanitaria emerge quella sociale. I guariti possono incontrare ostacoli, ad esempio nell'accesso a mutui o polizze assicurative. In questo contesto, il passaporto diventa uno strumento complementare anche rispetto alla legge sull'oblio oncologico, offrendo una certificazione chiara e strutturata del percorso clinico concluso. Il progetto, sostenuto da Agal con un contributo di 23mila euro pari al 60% del finanziamento, punta a diventare un modello nazionale. "L'obiettivo è che possa essere adottato anche da altri centri", sottolinea il vicepresidente Fiagop Stefano Lucato. Determinante anche il ruolo culturale dell'iniziativa. "Serve un cambiamento di prospettiva - osserva la presidente di Agal Clara Baggi -, perché un bambino guarito non è un paziente da dimenticare, ma una persona da accompagnare nel tempo".
