Senza processo è la resa della giustizia

Scritto il 09/05/2026
da Filippo Facci

È un soliloquio anche questo, una resa incondizionata, siamo i giapponesi che nel 1945, dopo le atomiche che chiusero la guerra, lanciarono un ultimo messaggio in bottiglia dalla nave Missouri: la nostra atomica è Garlasco. Non è un caso giudiziario, è una liturgia, un palinsesto, una religione laica con sacerdoti, avvocati in tournée, criminologi da fondale, periti del nulla probatorio, conduttori che cambiano accentazione a seconda dell'ospite e della rete e del pubblico. Ma ripetiamo: sul ponte sventola bandiera bianca. Dire "processo mediatico" è sbagliare per difetto, perché il processo vero, in Tribunale, non è neppure cominciato, hanno solo chiuso delle indagini, non c'è neanche un rinvio a giudizio, c'è solo la milionesima acclamazione di un colpevole (ah, i garantisti) e parlano di prove come se fossero prove, di colpevoli come se fossero imputati, di svolte come in un serial, e però che pena, siamo ancora qui a distinguere tra prova, indizio e fonte di prova: facciamo pena, sì. Siamo dei patetici maestrini che non sono nemmeno riusciti a insegnare l'alfabeto: che cos'è un'indagine, che cosa un processo, una revisione, una condanna definitiva, e giù sino alla zeta. Si chiacchiera come se Stasi dovesse uscire domattina e come se Sempio fosse già all'ora d'aria. È intrattenimento, sono quasi meglio i talkshow, dove, almeno, i faziosi li riconosci alla partenza. Qui, invece, ogni carta diventa titolo, ogni intercettazione uno psicodramma, ogni dettaglio di privacy una sconvolgente "verità". I processi televisivi sono dei mostri che tutti deplorano, ma che tutti nutrono: a dosi quotidiane di sospetto, lacrima, Dna, movente, smorfia, alibi, verbale, reperto, perizia, controperizia, tabulato e scontrino. Ma dove c'è un faro puntato, tutt'attorno, è ombra. Garlasco ottiene mezzi, energie, consulenze, esami, verifiche e attenzioni che migliaia di fascicoli si sognano. La giustizia reale è povera, lenta e affollata. E noi, che lo rimarchiamo, abbiamo perso, siamo solo dei poveracci col nostro messaggino nella bottiglia, illusi di sapere ancora che mestiere facciamo.