Trasporto aereo nel caos: voli cancellati e nuove rotte. "Le tariffe aumenteranno"

Scritto il 23/03/2026
da Andrea Cuomo

Gli scali del Medioriente congelati e il caro-carburanti. È la crisi più importante del settore dalla pandemia

Su Flightradar, il sito che monitora in tempo reale il traffico aereo in tutto il mondo, la mappa che mostra gli aerei che stanno solcando i cieli ha evidenti buchi: uno comprende Iran, Iraq, Siria, che gli aerei da e per l'Estremo Oriente o per l'Australia evitano accuratamente di sorvolare, affollandosi sulla direttrice a Nord, tra la Turchia, i Paesi del Caucaso e le repubbliche dell'asia centrale, gli "stan".

Un'immagine che fotografa più di tante parole il modo in cui la nuova guerra in Iran sta impattando sul traffico aereo. Cancellazioni, cambi di rotta, prenotazioni sbianchettate per la paura, prezzo del carburante alle stelle (il propellente per aerei è raddoppiato), alcuni aeroporti chiusi o semideserti, altri superaffollati, richieste di risarcimento per ritardi e cancellazioni notevolmente aumentate. Dal 28 febbraio e fino a qualche giorno fa risultavano 63.265 voli da e per gli aeroporti del Medioriente cancellati su 118.642, ben oltre il 50 per cento. E il Financial Times ieri faceva i conti della crisi e sono conti spaventosi: le venti maggiori compagnie aeree quotate in borsa a livello mondiale dal 28 febbraio, giorno dell'attacco israelo-statunitense all'Iran, hanno perso circa 53 miliardi di dollari. Siamo di fronte alla maggiore crisi del trasporto aereo dall'epoca del Covid-19, quando per alcuni mesi nel 2020 e nel 2021, i voli erano quasi azzerati.

Il tabellone delle partenze e degli arrivi porta solo cattive notizie, da qualsiasi parte lo si guardi. Si prenda il caso di United Airlines, una delle compagnie più importanti del mondo per passeggeri, miglia viaggiate, rotte e la prima, nel 2024, a superare quota mille aeromobili nella flotta. La compagnia con sede nella Willis Tower di Chicago ha annunciato una riduzione della propria capacità di volo a causa dell'impennata dei costi del carburante, che è la seconda voce nei passivi di bilancio delle compagnie, dopo quello della forza lavoro. Secondo Scott Kirby, ad della compagnia, "il prezzo del petrolio raggiungerà i 175 dollari al barile e non scenderà a 100 dollari al barile prima della fine del 2027". A queste quotazioni il conto del carburante per United lieviterebbe di ulteriori 11 miliardi di dollari quest'anno, ha dichiarato Kirby. Di conseguenza, la compagnia aerea ha deciso che taglierà i voli sulle rotte non abbastanza redditizie.

United non procederà a tagli del personale o dei costi, né sospenderà gli investimenti ma intende "riassorbire interamente il costo del carburante" e questo naturalmente avverrà aumentando il prezzo di ogni posto si calcola dell'8,5 per cento. Del resto secondo Delta, altro gigante del trasporto aereo, "le prime 10 settimane del 2026 sono state le più intense nella storia della compagnia aerea in termini di prenotazioni", perché in molti si sono affrettati a prenotare temendo un aumento dei prezzi.

E in Europa, che succede? Il primo vettore continentale, Ryanair, leader incontrastato anche nel nostro Paese, non sembra al momento intenzionato a ritoccare le tariffe. L'ad Michael O'Leary ha assicurato che qualche provvedimento si renderebbe necessario solo se l'aumento dei prezzi si protraesse "per sei mesi". Sulla stessa linea sembrano orientate anche le altre principali compagnie europee come Air France-Klm, Lufthansa ed EasyJet. Va detto però che, con Qatar Airways, Emirates ed Etihad al momento costrette ad abdicare al modello di business hub-and-spoke che ha fatto la loro fortuna, le compagnie aeree potrebbero "rubare" una fetta del traffico aereo finora catalizzato dagli hub mediorientali, in particolare Dubai, Abu Dhabi e Doha. Una sfida che richiede agilità, ma se Ryanair rivendica la capacità di riallocare rapidamente le proprie risorse verso nuove destinazioni, Lufthansa e British Airways (che ha annunciato qualche giorno fa la cancellazione di voli da e per diverse destinazioni in Medio Oriente fino a giugno) potrebbero impiegare mesi a spostare risorse e vettori verso le tratte asiatiche.