C'è una categoria del giornalismo italiano che riesce nell'impresa di smentire se stessa nel giro di pochi giorni senza provare il minimo imbarazzo. Fino a ieri l'uscita anticipata dell'Italia dalla procedura Ue per deficit eccessivo veniva trattata come una fisima propagandistica del governo e del Giornale: una battaglia «sul decimale», un esercizio contabile buono per alimentare il sovranismo da talk show. Guai a sostenere che quel passaggio fosse decisivo per consolidare la credibilità finanziaria del Paese e restituire margini di manovra alla politica economica in un momento delicato per l'economia europea. No: secondo i sacerdoti dell'ortodossia eurocratica, lo 0,1% era irrilevante, quasi ridicolo. E chi osava contestare l'incaponimento burocratico dell'Istat o ricordare che la Ragioneria dello Stato aveva già fornito numeri diversi e più aggiornati veniva trattato come un pericoloso bestemmiatore dei dogmi statistici di Bruxelles.
Poi, improvvisamente, ecco il miracolo. Gli stessi giornali che ironizzavano sulla «guerra del decimale» oggi aprono paginate solenni - si veda la Stampa di ieri - sulla importanza strategica dell'uscita dalla procedura d'infrazione. Gli stessi editorialisti che spiegavano quanto fosse marginale stare al 3,1 o al 2,9%, adesso celebrano con deferenza le parole del commissario Dombrovskis, il quale - bontà sua - concede che «teoricamente» l'Italia potrebbe uscire già in autunno dalla procedura qualora Eurostat rivedesse i dati sul Superbonus. Straordinario: ciò che fino a ieri era una polemica inutile, oggi diventa una priorità nazionale. E, soprattutto, diventa merito di Bruxelles che «apre uno spiraglio»,
quasi fossimo una colonia amministrata da funzionari benevoli e non la seconda manifattura del continente, contributore netto dell'Unione e Paese che in tre anni ha ridotto il deficit a un terzo rispetto ai livelli ereditati.
La verità è molto più semplice e molto meno gradita ai professionisti del disfattismo. L'Italia non sta chiedendo indulgenze, né elemosinando flessibilità politica. L'Italia ha già fatto i compiti a casa. E li ha fatti meglio di quanto molti prevedessero e, soprattutto, sperassero. Giorgetti lo ripete da settimane: i dati definitivi consentono già oggi di dimostrare che il rapporto deficit/Pil può scendere sotto la soglia del 3%. Non c'è alcun regalo europeo all'orizzonte, nessuna magnanimità comunitaria, nessuna concessione paternalistica. C'è semplicemente un Paese che ha rimesso ordine nei conti pubblici in una fase segnata da guerre, inflazione, tassi alti e rallentamento economico. E c'è una parte dell'informazione italiana che, pur di non riconoscere il risultato, preferisce inginocchiarsi davanti al funzionario europeo di turno, trasformando un diritto conquistato sul campo in una graziosa concessione di Bruxelles. Grottesca è stata anche la reazione delle opposizioni. Per giorni hanno deriso il governo, accusandolo di vendere illusioni, minimizzando l'impatto politico e finanziario dell'uscita anticipata dalla procedura. Hanno raccontato che non sarebbe cambiato nulla, che i mercati non guardano a queste cose, che il differenziale di uno zero virgola era materia per ragionieri ossessionati. Salvo scoprire, all'improvviso, che quell'uscita avrebbe invece effetti importanti sulla credibilità internazionale del Paese, sulla gestione della prossima Legge di Bilancio, sul costo del debito e sulla capacità di affrontare eventuali shock energetici senza finire commissariati dalla tecnocrazia europea. In fondo è il copione di sempre: se il governo fallisce, la colpa è del governo; se il governo ottiene un risultato, il merito è dell'Europa. E guai a ricordare che senza la determinazione del Tesoro e senza la linea di rigore imposta da Giorgetti oggi non esisterebbe alcuna possibilità di chiudere la procedura già in autunno.
La realtà, però, è testarda. E i numeri, alla fine, parlano più forte delle ironie da salotto. Quella combattuta dal Giornale non era una battaglia simbolica, né propagandistica: era una battaglia politica ed economica cruciale per restituire all'Italia margini di sovranità finanziaria in un passaggio delicato della congiuntura internazionale. Ridurre tutto a uno zero virgola era il modo più comodo per nascondere un pregiudizio ideologico: l'idea che questo governo non possa ottenere risultati e che l'Italia debba restare comunque nel recinto dei sorvegliati speciali europei. Oggi, invece, scopriamo che proprio quel decimale può fare la differenza tra un Paese considerato affidabile e uno costretto a vivere sotto tutela permanente. Sarebbe elegante, almeno per una volta, che chi ha irriso questa battaglia trovasse il coraggio di ammettere di aver sbagliato. Ma sappiamo fin d'ora che pretendere onestà intellettuale da certo giornalismo italiano è chiedere troppo.
