La Biennale riflette lo stato del mondo: venti padiglioni nazionali calano le saracinesche contro Israele, mentre fuori sfilano i cortei pro-Palestina. Lo spettacolo è preciso, quasi coreografato. Vale la pena partire da una domanda semplice: se il criterio del veto diventasse pratica consolidata, quante manifestazioni culturali internazionali sopravviverebbero? Pochissime. Il mondo non è un posto pulito. Ci sono gli Stati Uniti e l'Iran. La Cina e Taiwan. La Russia e l'Ucraina. L'India e il Pakistan. Il Marocco e il Sahara Occidentale. Passando di veto in veto, di padiglione chiuso in padiglione chiuso, si arriverebbe a una Biennale con tre o quattro paesi ammessi, e anche su quelli qualcuno avrebbe qualcosa da ridire. Il principio del boicottaggio selettivo non è un principio: è una clava ideologica che si usa quando conviene. La dimostrazione viene proprio dalla vicenda russa. La riapertura del padiglione di Mosca ha scatenato un putiferio in Italia: il governo ha preso le distanze, la Commissione europea ha minacciato di tagliare i fondi, Meloni ha detto che al suo posto non avrebbe aperto. Senonché al resto del mondo la Russia non interessa granché. Nessun padiglione nazionale ha chiuso per protesta. Israele invece mobilita. Venti padiglioni: Austria, Belgio, Gran Bretagna, Spagna, Svizzera, Polonia, Turchia, Finlandia e altri ancora. La differenza non è nei principi, è nell'obiettivo. Ed è qui che la questione si fa più seria. La sinistra internazionale da anni percorre una traiettoria che finisce, spesso suo malgrado, per coincidere con le posizioni di chi non chiede la pace né uno stato palestinese, ma la cancellazione di Israele come entità. Non si tratta di accusare di antisemitismo un intero movimento variegato e complesso. Si tratta di constatare che, nella pratica, i risultati convergono. Oggi a Venezia in modo lampante: chiudere contro il padiglione israeliano non è un atto di solidarietà con i civili di Gaza, è un atto di ripudio di un paese in una manifestazione culturale. Fatto che va a nozze con i cortei in cui si gridano slogan sulla cancellazione di Israele dalle carte geografiche. La cultura è sempre stata terreno di scontro, questo è vero da secoli. Ma è anche sempre stata il luogo dove la diplomazia poteva esercitarsi nei momenti più bui, dove i contatti non ufficiali si mantenevano quando quelli ufficiali erano impossibili, dove la presenza comune produceva almeno la possibilità di un dialogo. Oggi per orientarsi in una fiera d'arte ci vuole una laurea in geopolitica e un aggiornamento quotidiano sulle alleanze militari. È un impoverimento, non un arricchimento del confronto. La Biennale aveva preso la decisione giusta: non escludere nessun Paese che avesse titolo a partecipare. Non per ingenuità, non per equidistanza morale. Ma perché la cultura non si governa con i veti, e perché allargare la partecipazione è sempre preferibile a restringerla. Chi chiude un padiglione non compie un gesto culturale: compie un gesto politico. E di politica, a Venezia, ce n'è già fin troppa.
