Libri: Mons. D’Ercole, la verità che salva nel libro “Il leone che è agnello”

Scritto il 23/03/2026
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Mons. Giovanni D’Ercole, vescovo emerito di Ascoli Piceno, ha lasciato la diocesi nel 2020 per ritirarsi in un monastero trappista. Si tratta del monastero di Midelt, in Marocco, dove ha vissuto l’ultimo testimone dell’assassinio dei confratelli di Tibhirine, avvenuto nel 1996: fratel Jean-Pierre Schumacher. Un rapimento e un omicidio cruenti: dei sette monaci (Dom Christian de Chergé, frère Luc, père Christophe, frère Michel, père Bruno, père Célestin e frère Paul) furono ritrovate soltanto le teste, “segno crudo ma eloquente di una vita spezzata e offerta”, scrive mons. D’Ercole nel suo ultimo libro Il leone che è agnello. Alla ricerca della verità che salva.

Il volume non è un diario né un reportage, ma il racconto dell’incontro tra il vescovo e p. Schumacher, che egli ha accompagnato fino alla morte, il 21 novembre 2021, intrecciato alla storia dei sette trappisti uccisi. Una morte che “non è stata vana: il sangue versato è diventato seme di speranza e di riconciliazione. La loro testimonianza – scrive l’autore – rimane un grido silenzioso che invita a entrare nella logica dell’amore, frutto della verità”.

“Ho compreso che la Verità, per poter salvare davvero, non può essere un leone che attacca, ma deve diventare un agnello che si immola facendosi amore”, afferma mons. D’Ercole, sottolineando che la verità non è un’arma, né un’identità da difendere o un vessillo da sventolare. È un cammino che conduce all’amore, e solo nell’amore trova la sua forza.

Il riferimento è al quinto capitolo dell’Apocalisse, dove il Leone di Giuda si rivela come Agnello immolato. “Cristo – scrive – è il Leone che porta a compimento la Verità: non una verità astratta, ma una Persona, il Figlio unigenito del Padre, che ha vinto l’inganno, la menzogna e la morte donando se stesso sulla croce. Il Leone della tribù di Giuda, simbolo di regale autorità, è proclamato come vincitore; tuttavia la visione apocalittica mostra il primato del Leone che si rivela Agnello immolato e vivo”.

Per mons. D’Ercole, là dove non si è disposti a dare la vita per la verità significa che quella verità non è nemmeno entrata nella soglia del nostro pensiero. Il martirio, in questo senso, non è soltanto un evento del passato, ma una provocazione per il presente.

Il testo non si concentra solo sul martirio, ma propone – come si legge – un viaggio che interpella l’anima: non un saggio da leggere soltanto, ma un cammino che chiede di pensare con il cuore. La verità non è un concetto o un’idea da discutere: è una Persona da incontrare. Ed è l’incontro che cambia la vita.

Il “coraggio” del Leone è, scrive mons. D’Ercole, “non evitare la verità per timore del conflitto; parlare con chiarezza quando è necessario, difendere la giustizia, testimoniare la fede con decisione”. La mitezza dell’Agnello è invece “esercitare il potere come servizio, scegliere la via del perdono e del dono, preferire la riconciliazione alla vittoria a ogni costo”. Non c’è contrapposizione tra Leone e Agnello, perché il Leone che vince è lo stesso Agnello che soffre.

Nella prefazione l’autore sceglie di pubblicare il testamento spirituale di uno dei trappisti uccisi, Dom Christian de Chergé. Scritto tre anni prima della morte, nel 1993, è definito da mons. D’Ercole una “luce guida”, la chiave interpretativa dell’intero libro. Un testo che parla della possibilità concreta di essere vittima e che affida la vita a Dio e al popolo algerino che ama.

Da qui nasce la riflessione di mons. D’Ercole, che non vuole “pontificare” una verità, ma cercarla insieme. “Il mio anelito – scrive – resta quello di non far morire la fiducia reciproca, cioè la speranza, in mezzo a montagne di contraddizioni e incomprensioni”.

Il volume si propone come “strumento di dialogo per parlare della verità che è al tempo stesso leone e agnello” e invita a interagire con i temi affrontati. Non offre soluzioni immediate, ma indica un cammino da percorrere, che “va oltre le pagine d’un libro”.

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