Surreale è forse l'aggettivo più educato che il vocabolario consente per descrivere ciò che sta accadendo attorno al gruppo Mps-Mediobanca. Ma la realtà, come spesso accade nei passaggi più delicati del capitalismo italiano, supera di gran lunga le parole e si avvicina pericolosamente a una zona grigia dove le regole di governance si piegano a personalismi intollerabili, quando non apertamente a logiche di potere. La discesa in campo di Luigi Lovaglio, con una lista del cda costruita attorno alla propria figura e formalmente presentata da un azionista marginale, segna uno strappo che non può essere derubricato a normale dialettica societaria. Non lo è per metodo, non lo è per tempistica, non lo è soprattutto per il segnale che invia al mercato.
La domanda che torna, inevitabile, è sempre la stessa: di chi è l'azienda? È una domanda semplice solo in apparenza. Perché nella teoria il management è espressione degli azionisti, ne interpreta gli interessi e ne esegue l'indirizzo strategico. Nella pratica, invece, talvolta assistiamo a una torsione silenziosa: il manager smette di essere mandatario e si trasforma in soggetto autonomo, legittimato non più dal capitale ma dalla propria permanenza, dal consenso interno, dalla narrazione costruita attorno ai risultati conseguiti. È esattamente questo il punto critico della vicenda. Quanto accade in queste ore attorno a Mps richiama alla memoria l'arroganza con cui Alberto Nagel accolse l'Ops ostile lanciata da Siena; fa rivivere il rifiuto opposto da Francesco Starace alla volontà dello Stato di sostituirlo al vertice dell'Enel.
La mossa di Lovaglio che rivendica continuità laddove si intravede discontinuità appare dominata da una logica che poco ha a che fare con l'equilibrio istituzionale di una banca sistemica. Piuttosto, richiama una concezione proprietaria del ruolo manageriale. L'azienda è mia, sembra dire. Una versione aggiornata e aziendalista di un principio antico quanto pericoloso. Non è una questione di meriti, che pure non si discutono. Né di risultati, che sono sotto gli occhi di tutti. È una questione di limiti. Perché quando il manager travalica il perimetro del mandato e si colloca al centro del sistema come fonte autonoma di potere, il meccanismo si inceppa. L'impresa smette di essere luogo di sintesi tra capitale, lavoro e visione industriale, e diventa proiezione della volontà di chi la guida. E questo, per una banca come Mps, è un rischio che il Paese non si può permettere.
Il mercato, che negli ultimi mesi ha mostrato di credere nella traiettoria di recupero dell'istituto, chiede una cosa sola: stabilità. Non colpi di scena, non prove di forza, non operazioni che alimentano incertezza. La credibilità è un capitale fragile, e viene erosa molto più rapidamente di quanto non si costruisca. In questo contesto, l'assemblea di metà aprile dell'istituto senese si preannuncia come un passaggio ad altissima tensione. Un vero e proprio rodeo, in cui gli equilibri si sposteranno fino all'ultimo voto, sospinti da umori, convenienze e timori. Peraltro, la scelta di convocarla in presenza non contribuisce certo a rasserenare un clima che già si preannuncia rovente.
E poi c'è il nodo, tutt'altro che secondario, dei grandi azionisti. Il rischio concreto è che chi dovrebbe esercitare un ruolo di indirizzo - come nel caso di Delfin, socio di maggioranza relativa con il 17,5% del capitale - si trovi invece costretto alla neutralità, prigioniero di un contesto reso opaco da fattori esterni, inclusa un'inchiesta giudiziaria che appare sempre più come una variabile impropria nel gioco della governance. Su questo punto, è difficile non rilevare un elemento di forte criticità. Quando la giustizia entra, anche solo indirettamente, nelle dinamiche societarie, il confine tra controllo e interferenza diventa sottilissimo. E il sospetto che certe iniziative possano avere una natura ritorsiva non è un dettaglio, ma un vulnus per l'intero sistema.
Ma c'è un altro interrogativo, forse ancora più delicato. Qual è il ruolo di Vittorio Grilli? Se, come si lascia intendere, l'operazione Lovaglio gode di un suo sostegno, diretto o indiretto, allora la questione non può essere elusa. Perché il presidente di Mediobanca non è una figura neutra, e ogni sua mossa o non mossa ha un peso specifico che va ben oltre la singola partita. Sostenere, o anche solo non contrastare, una dinamica che rischia di destabilizzare un altro grande attore del sistema pone un problema di opportunità istituzionale. E apre una domanda inevitabile: può chi è chiamato a presidiare l'equilibrio di Mediobanca, oggi controllata da Mps, permettersi di essere percepito come parte in causa in un'operazione così divisiva?
Non si tratta di processare le intenzioni. Si tratta di valutare gli effetti. Perché il punto, ancora una volta, non sono le persone ma l'equilibrio. Un equilibrio delicato, che tiene insieme interessi diversi e che si fonda su una regola non scritta ma essenziale: nessuno è indispensabile, e nessuno è proprietario del potere che esercita. Quando questa regola salta, l'impresa cambia natura. Da istituzione diventa feudo. Da sistema aperto diventa struttura chiusa. Da luogo di responsabilità condivisa diventa terreno di affermazione individuale. E in un Paese come l'Italia, che già fatica a costruire un capitalismo moderno e trasparente, questo è un lusso che non possiamo concederci.
La vicenda Mps-Mediobanca, al di là degli esiti immediati, è dunque un campanello d'allarme. Non per ciò che dice sui singoli protagonisti, ma per ciò che rivela sullo stato delle nostre regole. Regole che esistono, ma che troppo spesso vengono interpretate come strumenti e non come vincoli. Regole che dovrebbero garantire equilibrio e che invece diventano terreno di scontro. La domanda iniziale resta lì, sospesa ma ineludibile: di chi è l'azienda? Finché la risposta sarà ambigua, anche il sistema lo sarà.