Due "fantasmi" aleggiano sulla sepoltura di Ali Khamenei. Il figlio Mojtaba, che sarebbe il successore, ma non si è mai fatto vedere, mutilato o menomato dalle bombe che hanno ucciso il padre. E lo spettro di una terza guerra in grande stile con l'Iran se continueranno a volare missili e droni nel Golfo per lo stretto di Hormuz. L'assurdo è che i pasdaran si sentono più forti. Non solo sono sopravvissuti, ma hanno sepolto la guida suprema con un funerale oceanico utilizzato per dimostrare che contano ancora su milioni di seguaci. Il nuovo slogan è "non ci piegheremo" con il pugno chiuso di Khamenei verso il cielo. La scintilla è inevitabilmente lo stretto di Hormuz, la leva più forte nei confronti dell'Occidente, che i Guardiani della rivoluzione vogliono sotto il loro controllo con la prospettiva di imporre dei pedaggi, mascherati da assistenza marittima. Un introito fisso e importante per la disastrata economia della Repubblica islamica con le 130 navi in media al giorno che passavano prima della guerra del 28 febbraio. Per il presidente Donald Trump, sarebbe uno smacco inaccettabile: prima dell'ultimo conflitto Hormuz era libero e deve tornare tale.
Non solo: l'Oman, il paese meno colpito del Golfo durante la guerra, gioca un ruolo ambiguo. Da una parte, su spinta americana, ha concordato delle rotte "sicure" di attraversamento, ma le navi sono state colpite dagli iraniani. Dall'altra Muscat tratta con Teheran per la futura amministrazione dello stretto comprese la tariffe per il passaggio indolore.
Si arrivi o meno a una terza guerra i Paesi del Golfo, che si beccano a singhiozzo missili e droni iraniani diretti alle basi a stelle e strisce, non si fidano più degli americani. Per questo sta emergendo il progetto di una Nato islamica, che aspira a garantire la sicurezza della regione senza fare affidamento sugli Usa. I sauditi hanno i soldi, i pachistani i missili nucleari, i turchi la tecnologia e gli egiziani un esercito formidabile. L'acronimo dell'alleanza sunnita è Step dalle iniziali in inglese dei quattro paesi pilastro (Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Pakistan). Il re di fatto, Mohammed Bin Salman, aveva già attivato, durante la guerra, l'"accordo strategico di mutua difesa" firmato nel 2025 con Islamabad. I pachistani hanno dispiegato 8mila uomini, uno squadrone di caccia e un sistema di difesa aereo in Arabia Saudita.
E al vertice della Nato esistente ad Ankara è passato in secondo piano il bilaterale fra Trump ed il "talebuono" al potere a Damasco, Ahmad al Sharaa, oramai sdoganato con la cancellazione della Siria dalla lista nera dei paesi terroristi. In cambio le sue falangi sunnite attaccherebbero Hezbollah sul fianco Est, nella loro roccaforte, la valle della Bekha che confina con la Siria. Trump ha ammesso che con Hezbollah, al Sharaa "potrebbe dare una mano". I pasdaran, dopo avere perso la Siria di Assad, scenderebbero in campo per salvare i loro migliori giannizzeri. Non a caso è legato a un filo l'incontro a Roma del 15 e 16 luglio, fra ambasciatori di Israele e Libano, per portare avanti l'accordo di Washington che prevede la smilitarizzazione di Hezbollah.