Mazze da golf, aerei e Nobel: ecco come funziona la "diplomazia dei regali" a Trump

Scritto il 09/05/2026
da Francesca Salvatore

Dai putter simbolici a oggetti di lusso, gli oggetti scambiati tra leader raccontano alleanze, strategie e narrazioni globali—ma raramente cambiano davvero gli equilibri

Nel contesto delle relazioni internazionali, i gesti simbolici possono assumere un peso pari, se non superiore, alle dichiarazioni ufficiali. I doni scambiati tra leader mondiali non sono mai casuali: riflettono rapporti personali, strategie diplomatiche e messaggi politici destinati a un pubblico globale. Durante e dopo il primo mandato di Donald Trump, alcuni episodi hanno mostrato come questi oggetti possano diventare strumenti narrativi potenti, capaci di sintetizzare alleanze, conflitti e valori condivisi.

Ma possono scatenare anche critiche e grattacapi burocratici. I democratici della Commissione di vigilanza della Camera hanno sostenuto che la prima amministrazione Trump non abbia registrato correttamente alcuni doni stranieri come richiesto dal Foreign Gifts and Decorations Act, sebbene possa trattarsi semplicemente di contabilità disordinata.

Il legame personale con Shinzo Abe

I doni ricevuti da Trump nel suo secondo mandato riflettono, invece, una certa attenzione alla personalizzazione in fatto di regali fra potenti. La sua nota passione per il golf è stata una fonte d’ispirazione. Nel maggio 2025, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa si è presentato alla Casa Bianca con un libro sui campi da golf sudafricani e accompagnato da due celebri golfisti, Ernie Els e Retief Goosen.

Uno degli esempi più significativi riguarda un oggetto appartenuto al defunto Shinzo Abe, primo ministro giapponese durante il primo mandato di Trump. Durante il tour in Asia orientale, la premier giapponese Sanae Takaichi ha donato a Trump un putter appartenuto al defunto Shinzo Abe, con cui Trump aveva avuto un rapporto particolarmente cordiale.

Tra i due leader esisteva un rapporto particolarmente cordiale, spesso sottolineato da incontri informali e gesti di reciproca stima. Il dono legato ad Abe non rappresentava soltanto un ricordo personale, ma anche il simbolo di una relazione politica solida tra Stati Uniti e Giappone in un periodo di importanti equilibri geopolitici.

Il dono di Zelensky e il messaggio di resilienza

Un altro episodio emblematico si è verificato nell’agosto scorso, quando il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha visitato la Casa Bianca. In quell’occasione, Zelensky ha consegnato a Trump un oggetto carico di significato: un altro putter che era appartenuto al soldato ucraino Kostiantyn Kartavtsev, che aveva perso una gamba combattendo contro le forze russe nei primi mesi della guerra.

Dopo l’infortunio, Kartavtsev aveva utilizzato il golf come parte del suo percorso di riabilitazione, trasformando uno sport in uno strumento di recupero fisico e psicologico. Il putter era inciso con la frase: “Let’s put peace together!”, un messaggio che univa simbolicamente sport e aspirazione alla pace.

Tra simbolo e comunicazione politica

In entrambi i casi, i doni ricevuti da Trump evidenziano come la diplomazia contemporanea utilizzi elementi concreti e storie individuali per costruire messaggi più ampi. Che si tratti di consolidare un’alleanza storica o di attirare l’attenzione su un conflitto in corso, questi gesti dimostrano come anche i dettagli possano avere un impatto significativo sulla scena internazionale.

La Costituzione degli Stati Uniti include la Emoluments Clause, che richiede il consenso del Congresso per accettare doni da Stati stranieri. Questa norma è oggi applicata attraverso il Foreign Gifts and Decorations Act del 1966: i funzionari possono tenere solo doni di valore minimo, mentre gli altri vengono archiviati. Molti Paesi adottano limiti simili per ridurre rischi di corruzione, trasformando i doni in segnali diplomatici. Tuttavia, esistono eccezioni: si pensi al tanto discusso Boeing 747-8 offerto dalla famiglia reale del Qatar.

Tuttavia, i doni personalizzati possono anche assumere una dimensione transazionale. Javier Milei ha regalato a Trump una lettera di candidatura al Premio Nobel per la Pace incorniciata in oro. María Corina Machado è andata oltre, consegnando la propria medaglia del Nobel.

Eppure, non ci sono evidenze che doni così calibrati producano effetti duraturi: più che strumenti di influenza, appaiono come elementi scenici, utili ad aprire il dialogo ma destinati a scomparire quando la diplomazia entra nel merito.