Taiwan? È soltanto la punta di un iceberg molto più grande di quanto non si possa immaginare. Il Mar Cinese Meridionale è un calderone di tensioni stratificate nel corso dei decenni e oggi aggravate dalla competizione tra Stati Uniti e Cina. Se da un lato Washington non ha alcuna intenzione di assistere all'ascesa marittima di Pechino, dall'altro il Dragone lavora a un duplice obiettivo. Il primo: ottenere il pieno controllo del proprio “cortile di casa”. Il secondo: sfondare la barriera contenitiva rappresentata dalla doppia catena di isole realizzata virtualmente dal Pentagono e coincidente con il reticolo di alleati locali statunitensi nella regione. Attenzione però, perché nell'Indo-Pacifico ci sono almeno tre dossier scottanti che si intrecciano l'uno con l'altro. Accanto alla partita sino-americana sul controllo strategico del quadrante troviamo infatti anche il “grande gioco” per il controllo di aree contese tra la Cina e i Paesi limitrofi, e l'influenza su alcune tra le rotte commerciali più importanti del pianeta.
Lo sfondamento della Cina
La Cina sta consolidando la propria posizione come potenza marittima grazie a una flotta senza eguali per dimensioni e varietà. I pilastri della strategia di Pechino chiamano in causa le portaerei e i sottomarini. L'entrata in servizio del terzo colosso dei mari del Dragone, la Fujian, anticipa lo sviluppo di future portaerei a propulsione nucleare.
Non solo: come ha spiegatol’Economist, la crescita della Marina cinese non riguarda più soltanto le unità di superficie, ma anche i sottomarini di nuova generazione destinati a ridurre il divario tecnologico con Washington. Pechino punta su scafi più silenziosi, su sistemi di propulsione avanzati e su una rete di sensori che mira a rendere più difficile la manovra delle unità avversarie nelle acque del Mar Cinese Meridionale.
In questo modo, la Cina intende imitare la libertà d'azione Usa lungo la cosiddetta “prima catena di isole”, e cioè l'arcipelago strategico che corre dal Giappone alle Filippine. Allo stesso tempo, il gigante asiatico sta sviluppando una rete di sorveglianza subacquea e droni navali in grado di integrare capacità di monitoraggio e attacco, rendendo lo spazio marittimo progressivamente più trasparente e meno favorevole alla tradizionale superiorità statunitense.
La risposta degli Usa
La risposta degli Stati Uniti parte da un rafforzamento delle alleanze con alcuni governi locali: su tutti Corea del Sud e Giappone, ma anche Taiwan (rifornita di missili americani e altre armi) e Filippine (che ospitano importanti strutture utilizzabili da Washington in caso di necessità).
Gli Usa stanno testando le architetture difensive regionali attraverso esercitazioni sempre più sofisticate. Lo scorso aprile, per esempio, Stati Uniti e Filippine hanno dato il via a una delle più imponenti esercitazioni congiunte degli ultimi anni, coinvolgendo oltre 17.000 militari e ampliando la partecipazione a nuovi partner come Giappone e Canada.
Le operazioni, distribuite su quasi tre settimane, hanno incluso simulazioni di combattimento e manovre a fuoco vivo in aree sensibili, comprese le province affacciate sul Mar Cinese Meridionale.
Non solo Taiwan: le tensioni tra Cina e Filippine
Taiwan è il nodo più spinoso dell'Indo-Pacifico. Sappiamo già che la situazione è delicata ma che, almeno per il momento, a nessuno converrebbe rompere l'equilibrio. Ciò nonostante il governo cinese continua a inviare i suoi aerei militari e le sue navi da guerra a fare pressione su Taipei, in attesa di recuperare il controllo dell'isola per osmosi.
Non distante da qui c'è un'altra contesa che rischia di degenerare: quella che vede coinvolte la Cina e le Filippine. L'oggetto più impellente di quest'ultima contesa è Scarborough Shoal, un atollo triangolare situato a circa 200 chilometri a ovest dell'isola filippina di Luzon e a 874 chilometri dall'isola cinese di Hainan.
Parliamo di un banco di sabbia rivendicato da entrambi i Paesi ma finito sotto il controllo di Pechino dal 2012, anno in cui i due governi si sono trovati coinvolti in una tesa situazione di stallo durata 10 settimane (conclusasi con l'occupazione cinese dell'atollo). Da quel momento in poi le navi della Guardia Costiera del Dragone hanno circondato l'atollo e hanno ripetutamente tentato di impedire alle imbarcazioni filippine di muoversi nei paraggi.
Le mosse di Vietnam e Cambogia
Nel solito Mar Cinese Meridionale, ha spiegato Bloomberg, il Vietnam ha scommesso su un porto da 4 miliardi di dollari per contrastare la potenza navale della Cina. Nell'estremo sud del Paese, un valico di una ventina di chilometri collega la provincia di Ca Mau alla minuscola isola di Hon Khoai, fulcro di un corridoio portuale e di trasporto a duplice uso che unisce la regione del Delta del Mekong alle rotte marittime globali nel Golfo di Thailandia.
Per Hanoi, il progetto non rappresenta solo una costosa scommessa economica, ma anche una risposta strategica alle crescenti preoccupazioni per l'influenza sempre maggiore di Pechino nella vicina Cambogia e per la sua posizione dominante nella regione marittima contesa.
I progetti per l'isola di Hon Khoai circolano da anni, ma l'iniziativa, sostenuta dalla Marina militare vietnamita, ha acquisito urgenza nel 2024, dopo che la Cambogia ha avviato i lavori per un canale finanziato da Pechino.
Il suddetto porto creerebbe un nuovo punto di accesso per il commercio e la logistica nel delta del Mekong, rafforzando al contempo la posizione del Vietnam nelle acque circostanti. Lo scorso anno, del resto, la Cina ha contribuito all'ammodernamento della base navale cambogiana di Ream, sul richiamato Golfo di Thailandia, mentre il canale Funan Tech, un'arteria di 180 chilometri da Phnom Penh alla costa ha alimentato i timori che la Cambogia possa aggirare sempre più i porti e le vie navigabili vietnamite.
L'importanza delle rotte commerciali
Last but not least, il Mar Cinese Meridionale rappresenta il corridoio marittimo più importante del commercio globale. Nel 2024 attraverso i suoi otto principali chokepoints sono transitati beni per un valore complessivo di circa 6.400 miliardi di dollari.
Tra questi spiccano soprattutto lo Stretto di Malacca e lo Stretto di Taiwan, ciascuno interessato da oltre 2.400 miliardi di dollari di traffico commerciale, una quota superiore perfino a quella che attraversa lo Stretto di Hormuz. Seguono lo Stretto di Luzon, lo Stretto di Makassar, lo Stretto di Sunda, lo Stretto di Lombok, lo Stretto di Mindoro e lo Stretto di Balabac.
Attenzione, perché un'eventuale interruzione di queste rotte, provocata da un conflitto militare, da un blocco navale o da altre crisi geopolitiche, produrrebbe conseguenze molto più estese rispetto ai rincari energetici osservati in Medio Oriente. Ecco perché il “grande gioco” in corso nel Mar Cinese Meridionale riguarda anche l'Occidente, Europa ovviamente compresa.