Siamo alle prese con l'ennesima flotilla. Stavolta non si tratta di portare aiuti umanitari a Gaza, ma invece di sfidare l'embargo statunitense ai danni di Cuba.
C'è tutta una nobile tradizione liberale avversa a ogni ostacolo al commercio internazionale: da Smith a Constant, da Cobden a Spencer. È una linea di pensiero, però, favorevole al capitalismo: al punto che Karl Marx ironizzò su uno dei suoi interpreti migliori, Frédéric Bastiat, definendolo "il commesso viaggiatore del libero scambio". C'è dunque qualcosa d'incomprensibile nei no global che vogliono forzare l'embargo, dato che siamo dinanzi a "comunisti per il libero scambio".
Va infatti ricordato che Progressive International, fautrice dell'iniziativa, è stata promossa da personaggi come Bernie Sanders e Yanis Varoufakis: due dei nomi più noti del socialismo internazionale. Se dopo una vita dedita a demonizzare il mercato, ora gli stessi si ergono a paladini dello scambio vuol dire che coerenza e rigore logico difettano davvero. Perché delle due, l'una: o sei contro l'embargo e quindi per il mercato aperto, o sei per il socialismo e quindi non puoi volere relazioni commerciali con i cattivi kapitalisti amerikani.
Non a caso il politico statunitense che con più rigore ha interpretato le ragioni del libero mercato negli ultimi decenni, Ron Paul, è stato anche un critico feroce della politica commerciale degli USA nei riguardi di Cuba, definendola fallimentare. Durante la sua carriera al Congresso, Paul ha spesso sostenuto l'abrogazione delle sanzioni e ha affermato che il libero commercio e le relazioni diplomatiche, piuttosto che l'isolamento, sono gli strumenti più efficaci per promuovere il cambiamento nell'isola caraibica e influenzare positivamente il paese, sottraendolo alla cricca castrista che lo controlla da decenni.
Paul può criticare l'embargo perché ritiene che il capitalismo sia l'unico sistema economico legittimo e in sintonia con i diritti naturali. Gli adepti di Varoufakis assolutamente no.