Sul caso Garlasco si è scritto tutto e il contrario di tutto in questi mesi, oltre un anno, e la speranza era che all’avviso di chiusura indagini si sarebbe fatta chiarezza. Invece no, prosegue la confusione, il tentativo di interpretare ogni dato, tirandolo da una parte o dall’altra. Si è perso il valore della scienza, del dato oggettivo, per tentare di vederlo nel modo in cui è più congeniale, anche forzando la logica dei fatti. Tra gli elementi sottoposti a questo trattamento c’è, indubbiamente, l’impronta 33: per la procura di Pavia che ha condotto questo nuovo filone di indagine è centrale nella scena del crimine, perché sarebbe quella dell’assassino. Assassino individuato nella figura di Andrea Sempio, unico indagato di questo fascicolo.
Fabio Napoleone e i procuratori della sua squadra in oltre anno hanno approfondito ogni elemento possibile per costruire un quadro solido e circostanziato, avvalendosi anche di diverse testimonianze, che non sono solo quelle rese note all’opinione pubblica. Tra queste ci sono anche quelle dei militari che, all’epoca dei fatti, parteciparono all'indagine. Ed è dalle loro parole che emergono informazioni ritenute molto utili dalla procura per collocare l’impronta 33 nella scena del crimine e non in un momento precedente. “C’era una specie di macchia in prossimità di una delle dita, una specie di goccia con degli schizzi”, ha riferito a Napoleone il responsabile della sezione impronte dei Ris. Ed è lui ad aver detto che quell’impronta “faceva senso” perché, a differenza di tutte le altre che si trovavano su quella parete, “sembrava lasciata da una mano bagnata”. Ed è collegandosi a questo che spiega che una reazione così intensa del reagente poteva spiegarsi con “sudore”, “sangue” o “sangue lavato”. A queste conclusioni sono arrivati anche i consulenti della procura di questa inchiesta, che individuano del deposito di “materiale liquido” lasciato dalla mano sulla parete con “una linea di accumulo e (...) alcune proiezioni di gocce (macchie satelliti) che promanano dalle zone di contatto con il muro”.
Questa impronta, ovviamente, non è un’isola sulla scena del crimine ma dagli investigatori viene contestualizzata e analizzata nel complesso delle impronte presenti. L’impronta 33 viene letta in coppia con la 45, che viene associata a una goccia di sangue che si stacca da un oggetto insanguinato che “doveva trovarsi obbligatoriamente più in alto” e più a destra, ma anche con la 97f, che si posiziona sulla parete opposta, “una strisciata di sangue che potenzialmente poteva essere rilasciata dalla mano sinistra dell’assassino, sporca di sangue”. Tutte queste tracce non entrano oggi nel fascicolo, fanno parte della precedente inchiesta. Ciò che è nuovo è la traccia N1, che viene definita come lo stampo sul sangue del tacco di una scarpa a tasselli, trovata sul “gradino 0” della scala che porta alla cantina, dove è stato trovato il cadavere di Chiara Poggi. L’impronta è “stampata” sul bordo del gradino, indicando che il resto del piede non fosse poggiato ma “sospeso”, quindi poneva il soggetto in equilibrio precario ma “non poteva non appoggiarsi al muro davanti”, perchè gira, quindi si sarebbe appoggiato a destra, generando la 33. E in base alla risultanza della Bpa e del lavoro effettuato dalla professoressa Cattaneo, le due impronte sono “perfettamente compatibili con le misurazioni” antropometriche effettuate su Sempio. Questa ricostruzione è stata già contestata dalla difesa di Sempio e sarà probabilmente oggetto di dibattimento se si arriverà a processo.