“Quello che ha scritto la Cassazione nelle motivazioni è un risarcimento morale per quello che ho dovuto subire. Una tragedia non solo personale ma anche familiare”. Cateno De Luca, deputato regionale di Sud Chiama Nord e sindaco di Taormina, si dice “commosso” per la sentenza della Suprema Corte che ha annullato le condanne di primo e secondo grado nel procedimento che lo vedeva accusato del reato di diffamazione nei confronti dell’ex procuratore generale di Messina, Vincenzo Barbaro.
Il deputato regionale era stato condannato in primo grado a otto mesi e in appello al pagamento di una modesta pena pecuniaria. “Io ero così stanco che non volevo nemmeno impugnarlo quel verdetto, ma il mio difensore, l’avvocato Carlo Taormina, ha insistito. E oggi devo dirgli grazie», ha detto De Luca al quotidiano La Sicilia. “In tutti questi anni di accanimento giudiziario nei miei confronti non ho mai perso la fiducia. Non sono mai scappato e sono stato un imputato modello. Alla fine la giustizia è arrivata” ha aggiunto De Luca che, rivolgendosi ai suoi colleghi deputati e amministratori, li ha invitati ad aspettare il terzo grado di giudizio prima di “attaccare persone indagate”.
L’attuale sindaco di Taormina era finito sotto processo perché sia nel corso di alcune interviste sia all’interno del libro “Lupara Giudiziaria”, aveva denunciato di essere stata vittima di una vera e propria persecuzione giudiziaria a causa di una serie di processi a suo carico che si erano chiusi con un’assoluzione o un’archiviazione. La Cassazione ha ritenuto che le dichiarazioni di De Luca nei confronti del procuratore Barbaro non si possono definire “attacchi offensivi” perché questo significherebbe “punire l’esercizio della critica solo perché rivolta a un magistrato in aperta violazione del principio di uguaglianza e del diritto di libera manifestazione del pensiero sancito dall’articolo 21 della Costituzione”. i giudici di secondo grado, secondo la Cassazione, avrebbero espresso un giudizio “senza verificare se De Luca aveva inteso rappresentare, dal proprio punto di vista, una situazione di persecuzione giudiziaria e di disparità di trattamento subita”. La Cassazione si è rifatta ai principi elaborati dalla Corte di Strasburgo che “ha chiarito come il diritto di critica nei confronti di esponenti della magistratura corrisponda a un interesse pubblico e goda di limiti più ampi di quello esercitabile nei confronti dei normali cittadini”. La Suprema Corte, infine, ha ricordato che il “potere giudiziario non è sottratto alle critiche”.