Champagne, cori anti Meloni e "Bella Ciao": toghe in festa per il No

Scritto il 23/03/2026
da Francesca Galici

Esattamente come i partiti festeggiano la vittoria di un’elezione, i magistrati hanno applaudito all’uscita dei primi exit poll

Mentre emergeva la notizia delle dimissioni di Cesare Parodi, comunicate pochi minuti prima delle 15 al Comitato direttivo dell’Anm, i giudici di questa corrente politica fortemente legata alla sinistra, che si sono mossi per una campagna referendaria aggressiva, a Milano si sono riuniti al primo piano del tribunale per seguire gli esiti del referendum. L’Anm nel tribunale di Milano ha una stanza dedicata e qui, alle 15, c’era molto movimento: ai primi exit poll, che davano il No in vantaggio, in molti hanno iniziato ad applaudire. Lo stesso è accaduto a Napoli, dove una cinquantina di magistrati si sono radunati dopo le prime notizie sullo scrutinio referendario. Sono arrivate bottiglie di champagne e si sentono cori “Bella Ciao”. La festa è andata avanti per diverso tempo, con una cinquantina di magistrati che ha brindato al grido di 'Chi non salta Meloni è'. Nel mirino anche una magistrata del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, frontman del Sì, Annalisa Imparato: "Chi non salta Imparato è".

Al netto di chi ha provato a tenere a bada i colleghi, ricordando loro che si trattava solo di exit poll, l’entusiasmo è stato palpabile: un comportamento che associa l’Anm, più a un partito politico che a una corrente della magistratura.

Quasi come un partito politico che festeggia una vittoria che non è una vittoria, perché non era un referendum sui magistrati ma sulla Giustizia e, anche se in Italia sembra non esserci differenza, in realtà questa c’è eccome. Quanto accaduto al tribunale di Milano e, probabilmente, anche in altri palazzi di Giustizia del Paese, restituisce l'immagine di una magistratura che ha smesso di nascondere la propria natura militante. La sovrapposizione tra funzione giudiziaria e attivismo politico non è più un sospetto suggerito dai detrattori, ma una realtà plastica, esibita con la foga di chi vede nel risultato delle urne non un parere dei cittadini sulla gestione del sistema, ma una validazione della casta.

Se la Giustizia è un servizio pubblico che appartiene alla collettività, l'idea che una parte dei suoi amministratori esulti per il mantenimento dello status quo evidenzia un cortocircuito identitario profondo. Non si festeggiava un'efficienza ritrovata o una riforma condivisa, ma il naufragio di un tentativo di cambiamento che veniva percepito come una minaccia. La vittoria del “No” sembra certa ma una riflessione importante i magistrati dovranno farla: se anche venisse confermato questo risultato, oltre la metà degli italiani è andata al voto e quasi la metà di questi hanno votato affinché venisse cambiato l’impianto, dimostrando di non avere fiducia nei magistrati. La sfida, per chi domani tornerà a indossare la toga e a decidere della libertà e dei beni dei cittadini, resta quella di ricucire un rapporto con il Paese reale. Quel Paese che non si riconosce più in una giustizia percepita come un fortino inespugnabile, dove ogni tentativo di revisione viene etichettato come un attacco all'indipendenza. Ma non è mai stato così